Riassunto della presentazione della mostra a Cittadella del 18 settembre ’04
Luigino Pasqualon ti mostra i suoi quadri appesi alle pareti del salotto mentre i figli vanno e vengono e la moglie prepara la cena.
Fa caldo ma un condizionatore nascosto allevia l’afa. Stiamo lì, in piedi, in attesa che qualcuno dica qualcosa. Lui mi indica col dito quelli che porterà alla mostra: li staccherà dalle pareti di legno perlinato, se li caricherà in macchina ed andrà a Cittadella. Tutto qui.
Tutto qui? No, non è tutto qui!
Luigino Pasqualon abita nel chiostro delle Vergini, spazio chiuso che ricorda tempi di nobiltà e grandi ricchezze, nelle adiacenza delle logge di Villa Camerini a Piazzola sul Brenta e, a forza di trovarsi ogni mattino davanti a quella simmetrica bellezza, alla fine, qualcosa è successo. Quella visione non l’ha lasciato indifferente ma non l’ha nemmeno cambiato.
Luigino Pasqualon è come la sua pittura: sembra dire tutto in superficie ma molto sta sotto. Perché, per arrivare a certe sintesi, non può essere solo tecnica o mestiere.
Credo che il giorno in cui il mio amico Bruno Antonello ha visto, per la prima volta, “Il coniglio timido”, abbia fatto un balzo sulla sedia: mano felice, dominio del colore, originalità nel taglio. Uno così andava incoraggiato! E si vede che, malgrado le assenze alla scuola di pittura, il desiderio di apprendere è stato così forte che le nozioni sono state assorbite come il pane si inzuppa nel vino.
Luigino Pasqualon non dipinge gli oggetti, gli animali: li duplica, per possederli, sfidando ogni volta se stesso, nel dubbio di non riuscire. Li ritrae minuziosamente come a volerne succhiare la vita e riprodurla all’infinito. Ogni più piccolo e paziente colpo di pennello è un filo di brezza, un attimo di sole, una goccia di pioggia che hanno portato fin lì il soggetto. E ce lo rende immacolato, candido, forma eterna, attraverso cinque tubetti di colore.
Qui va anche detto che Antonello non gli è passato accanto invano: queste opere, che sarebbe bene vedere nella successione cronologica, dimostrano la crescita del Pasqualon. Dal 98 al 2003 si è fatto più asciutto, più diretto, più concentrato. Comunque, già nei “Papaveri” del 99 si coglie l’istinto a “vedere”: questi petali rossi, enormi, carnosi, ad occupare il centro; lettura innata che svela i primi bagliori di quel che verrà. Poteva lasciar perdere il prato ma l’obbligo di lavorare con scrupolo, gli impone di raffigurarlo con precisione, sullo sfondo.
Poi fa un salto con le altre opere: sottrae quello che distoglie dal soggetto, si concentra, satura l’occhio. Ed infine il balzo finale, per fare una strada diversa da chi l’ha ispirato: il taglio fotografico delle immagini. E qui, Pasqualon, è solo lui.
Questa è la prima personale di Luigino Pasqualon. Ne seguiranno altre ma noi, che siamo testimoni di questo importante momento per la sua attività, dobbiamo augurargli di restare quello che è: che la mano felice non ne faccia un mestierante. Deve interrogare la sua anima, profonda e semplice, e continuare a tradurre il suo rispetto per la vita con il pennello.

