Valeria era giunta in classe ad anno scolastico già iniziato. Il suo arrivo, con quel visino pallido punteggiato di efelidi, avvolto in una massa di capelli rossi, era stato un’apparizione per Carlo. Aveva un parlare sommesso, schivo, nobile; era composta e non partecipava alle gazzarre che si scatenavano tra il cambio di un professore e l’altro. Stava attenta in classe, studiava, non si giustificava mai, dava poca confidenza ma era cortese con tutti. Avendo vissuto per anni all’estero, parlava un inglese fluente ed anche questo servì perché divenisse, in breve, la prediletta degli insegnanti. Carlo, per nascondere la sua ammirazione, si era distinto tra tutti per la particolare ferocia che metteva nei sabotaggi della compagna troppo brava ma Valeria aveva sopportato tutto con sovrana indifferenza e più lui faceva il pagliaccio, meno lei lo filava. Finché, durante una gita scolastica al museo cittadino, si erano trovati seduti vicini nel pullman. Lui, dopo dieci minuti di silenzio reciproco, nel caos generale della classe sfrenata, non era riuscito a trattenersi e le aveva sussurrato ad un orecchio:
“Mi piaci.”
Valeria, la rossa, si era scostata verso il finestrino e, guardandolo come se fosse un immigrato clandestino, gli aveva detto:
“Puzzi di sudore!”
Sentì un petardo deflagrare nel centro della testa e, per qualche secondo, fu sordo, muto e cieco. Poi si era alzato lentamente e, attraversando la masnada sfrenata dei compagni, era andato a sedersi, da solo, nel penultimo sedile del pullman. Lì era rimasto per tutto il tempo della gita, rifiutandosi di scendere anche all’arrivo al museo, con la scusa di stare poco bene. Al rientro, verso il tardo pomeriggio, dopo aver scansato le burle dei compagni e le domande degli insegnanti, aveva osato una sola volta guardare verso il posto di Valeria: chiacchierava tranquillamente con la “prof” d’italiano che le si era seduta vicino. Per lei non era successo niente, per lui era l’inferno.
Il mattino dopo la prima cosa che gli venne in mente di fare fu di non presentarsi a scuola con la scusa del finto malessere del giorno prima ma il desiderio di rivedere Valeria fu più forte e si presentò per primo davanti all’ingresso. Alla spicciolata la scuola si riempì e Carlo rimase ad attenderla fuori fino al suono della campanella ma lei non si fece vedere. Con fare indifferente, alla seconda ora, si informò presso i compagni se conoscessero il perché dell’assenza; nessuno sapeva. All’ultima lezione c’era inglese e, come sempre, l’insegnante fece l’appello. Arrivata a Bolzoni Valeria, Carlo gridò:
“Assente!”
“Ah! – fece la professoressa, controllando il registro. Poi aggiunse – È all’estero con la famiglia per una settimana”.
Furono sette giorni di Via Crucis. Qualsiasi cosa si mettesse a fare gli veniva uno scoramento, un’abulia, una tristezza tali per cui non riusciva più a combinare niente. Piluccava tutto il giorno per poi rifiutare il piatto a pranzo e a cena; aveva smesso di studiare quel poco che studiava ed anche la televisione non lo interessava più. I dischi del complesso preferito gli parevano sciatti, noiosi; la bicicletta sembrava affondare le ruote nella sabbia quando pedalava. In più doveva sopportare le allusioni, i sorrisetti dei compagni di scuola che, meno lui reagiva, più loro rincaravano le dosi. Ed il tempo non passava mai.
Finalmente Valeria tornò. Era abbronzata quanto può essere abbronzata una che ha la pelle chiara. Per Carlo era ancora più bella e, nel vederla, gli mancarono le gambe. Durante l’intervallo, nel cortile, una compagna si avvicinò a lei e cominciò a parlarle fitto fitto, guardando ogni tanto verso di lui che, per evitare di scatenare la solita manfrina degli altri, se ne stava in disparte, fingendo di ripassare la lezione. Poi, senza preavviso, Valeria si staccò dalla compagna pettegola e si diresse decisamente verso Carlo. Le compagne stavano a guardare, gongolando. Valeria gli si sedette vicino e gli disse con molta dolcezza:
“Mi dispiace che la classe ti prenda in giro per colpa mia. Io non voglio essere la causa di questo. Mi fa piacere sapere che provi qualcosa per me ma devo dirti con franchezza che tu non mi piaci, né mi piacerai mai. Quindi ti chiedo di considerarmi solo una tua compagna di classe. D’accordo?”
“D’accordo! – sentì dire da una voce che non pareva la sua.
Era un bel dire ma il fare era un’altra cosa. Adesso Carlo non aveva neanche più il ritegno di nascondere la sua infatuazione. Si appostava ovunque lei passasse, le portava merendine in classe, la difendeva quando qualcuno esprimeva giudizi poco lusinghieri, le telefonava a casa con la scusa dei compiti. Ma “la rossa” rimaneva cortese, educata e lontana.
Passarono anche le vacanze di Natale e, nel cuore di Carlo, nasceva una tenue speranza. La tattica di farle la corte sembrava funzionare. Valeria discorreva con lui, qualche volta aveva perfino riso di una sua battuta e ciò gli dava coraggio. S’era fatto più ardito e una volta era andato a casa sua; era stato accolto dalla domestica filippina che lo aveva fatto accomodare in salotto. Valeria l’aveva presentato a sua madre che si era dimostrata affabilissima, come se fosse stata impaziente di incontrarlo. Se ne uscì trionfante dopo una buona mezz’ora e gli pareva di avere il mondo in tasca. Andò a trovarla ancora un paio di volte ma la domestica non lo aveva fatto entrare perché “la signorina stava ricevendo “.
Il compleanno di Valeria era verso la fine di febbraio e lei aveva annunciato a tutti che avrebbe spedito per posta un invito personale a ciascuno. Pregò i compagni di scrivere i loro indirizzi su un’elegante agendina che fece circolare. Carlo ci mise il suo, controllandolo tre o quattro volte per non avere brutte sorprese. Si divisero in gruppi per farle i regali; Carlo non volle mettersi con nessuno: il suo doveva essere un regalo speciale. Diede fondo ai risparmi, pochi; si fece anticipare dal padre il “settimanale” per tre mesi e le comprò un diario con la copertina di stoffa colorata.
I primi cartoncini cominciarono ad arrivare una settimana prima della ricorrenza e gli invitati andavano a ringraziare Valeria, ricevendo anticipazioni sul come si sarebbe svolta la festa. Ci sarebbe stata anche una piccola band di amici del fratello, che avrebbe suonato per loro. Insomma, una cosa alla grande. Carlo controllava ogni giorno la posta in arrivo ma ci doveva essere qualche disguido, perché, uno alla volta, tutti, nei mattini seguenti, annunciarono l’arrivo della lettera fatidica e lui niente. Quando venne a sapere che anche Martino aveva ricevuto l’invito, Carlo si recò alla posta centrale:
“Se ha invitato Martino che s’infila le dita nel naso davanti a tutti, non dice due parole in fila senza imbrogliarsi e che è stato anche sospeso per aver tentato di bruciare i capelli di Chiara con l’accendino, deve aver invitato anche me”, si rincuorava, pedalando verso il centro.
Andò avanti ed indietro dalla posta, alla cassetta delle lettere per due giorni. Rovistò nella carta straccia nel timore che fosse stata gettata via per errore; litigò con la madre che, secondo lui, non aveva rispetto delle sue cose; suonò due volte alla casa del postino, per controllare se, caso mai, gli fosse rimasta qualche lettera nel sacco ed infine si arrese: non era stato invitato! Ed era l’unico della classe.
Va bene, messaggio ricevuto!
La festa era per il sabato pomeriggio e sarebbe andata avanti fino a sera tardi. La classe era tutto un friggere: le ragazze erano indaffarate perché non sapevano come vestirsi, i ragazzi si organizzavano sui mezzi di trasporto. Con la cattiveria che lo contraddistingueva Martino gli si avvicinò poco prima della fine della lezioni e gli chiese:
“Perché non ti ha invitato?”
“Avrà i suoi buoni motivi. D’altronde la festa è sua, si o no?”
Non aveva fatto niente per meritarsi una tale umiliazione, anzi, si era comportato molto generosamente con lei e questo era la moneta con cui veniva ripagato. I compagni non avevano solidarizzato con lui, non uno che avesse detto frasi del tipo: “Se non viene Carlo non vengo neanch’io”. Tutti se ne erano ben guardati perché la festa di Valeria era veramente da non perdere. E pensare che era quasi arrivato alle mani per difendere Luca, uno scricciolo di compagno, che si era trovato in mezzo ad un branco delle superiori che lo stava maltrattando. Nell’amarezza dell’esclusione sentì, in fondo in fondo, una strana pace. Non aveva altro da perdere: era solo nella classe, non doveva niente a nessuno e quello che avrebbe fatto lo avrebbe fatto secondo la sua volontà e non per obbligo.
Guardava gli altri affannarsi e pensò che lui poteva fare le cose con calma. Non aveva nessuna necessità di chiedere il passaggio a qualcuno, di farsi dare ancora soldi dal padre, di stare educatamente composto in casa d’altri per fare bella figura. Uscì dall’aula per ultimo, si infilò il cappotto con lentezza, aprì l’ombrello e la sua città, sotto la pioggia, gli parve nuova. Tornò a casa lentamente, stando attento alle pozzanghere, guardando gli edifici con occhi interessati. Richiuse la porta d’ingresso con morbidezza e gli piacque il rumore della serratura. Si rese conto che la sua casa era riscaldata a dovere; la radio in cucina stava per mandare in onda il notiziario, suo padre leggeva il giornale sul divano, tutto era in ordine. A pranzo guardò i suoi genitori e li vide giovani, allegri, intelligenti, con una bella schiera di amici. Di là, in salotto, c’erano libri e dischi che non aveva mai toccato.
“Mi lasci ascoltare un disco dei tuoi, oggi?”
Il padre per poco non si soffocò con la minestra.
“Come mai?”
“Sono curioso di capire che cosa ascolti”
“La cosa mi riempie di soddisfazione, figlio mio. Comunque, comincia con cose abbordabili perché la musica classica… Vuoi un consiglio o preferisci arrangiarti da solo?”
La sua camera, così com’era, non gli piaceva più. Aspettò che i genitori se ne andassero per il loro irrinunciabile giro in bicicletta del sabato e mise su un disco tra quelli consigliati dal padre, a volume adeguato. Poi portò fuori tutto dalla sua stanza. Quando fu sgombra, risistemò i mobili come gli suggeriva il momento. Il lavoro più pesante fu spostare la libreria. Si aiutò con pezze di lana sotto ai punti di attrito. Ci fu un momento in cui, mentre spingeva con il massimo delle forze, scoppiò, improvvisamente in un pianto a dirotto. Continuò a lavorare e a piangere per cinque minuti. Poi si fermò, rifece il giro delle stanze di casa sua e si arrestò davanti ad una sua foto da bambino, in braccio a sua padre, con la madre che li abbracciava tutti e due. Gli venne in mente una frase che il papà gli aveva detto quando aveva inizialmente intuito la sua situazione: “Ricordati che sei unico al mondo. Ognuno di noi è unico ed irripetibile: abbi rispetto di te stesso”.
Quando verso sera i genitori di Carlo tornarono dal loro giro, la camera di Carlo era rinnovata e a posto. Aveva suddiviso la stanza per settori di attività: lo studio, la musica, il computer, la fotografia. Si era anche rifatto il letto, sconquassato a causa degli spostamenti e la mamma non aveva resistito dal dare un colpettino di assestamento al cuscino. In uno scatolone erano gli oggetti scartati. Infine, cosa incredibile, Carlo aveva rimesso a posto i dischi com’erano, aveva spento l’impianto di alta fedeltà e, cosa più incredibile, non stava guardando la televisione. Alla sera guardarono assieme un film noleggiato. Andò a letto presto e prima di spegnere la luce, guardò l’ora: le undici meno un quarto. Erano ancora lì? Ci volle un’ora buona prima di prendere sonno ma si obbligò a stare fermo immobile sotto le coperte, per non mettere in moto i pensieri. Si addormentò con l’idea che il giorno dopo, domenica, avrebbe piovuto tutto il giorno e la cosa non gli fu sgradevole.
“Posso?”
“Cosa c’è, Carlo?” – chiese la professoressa di storia, vedendolo alzare la mano ed aspettandosi che le chiedesse di uscire per andare al bagno.
“Potrebbe controllare se quello che è scritto nel testo, a proposito della ritirata degli italiani durante la disfatta di Caporetto… – chiese lui, alzandosi, e continuando a sciorinare date e personaggi della Prima guerra mondiale – “… perché, se così fosse, allora vorrebbe dire che…”
La classe non reagì più di tanto alla dimostrazione culturale di Carlo perché il tono generale era sul distratto. L’insegnante se la cavò con un imbarazzato “Controllerò e ti saprò dire” ed il suono della campanella venne a salvare capra e cavoli. Cosa era successo? Era successo che nella domenica piovosa Carlo, alzatosi di buon’ora e dopo una breve colazione, aveva ammirato l’ordine raggiunto ma aveva voluto arrivare la perfezione, mettendo in ordine i libri di scuola per materia. Si era goduto lo spettacolo ancora una volta, senza fretta; poi convenne che la camera andava usata, altrimenti si riduceva ad essere un museo. Aveva sfilato, dalla parata di dorsi colorati, il libro che aveva aperto di meno ed era risultato quello di storia. Lesse le prime tre righe del capitolo che doveva studiare e, visto che aveva tutto il giorno davanti, decise che avrebbe individuato sull’atlante dove erano dislocati i luoghi delle battaglie della prima grande guerra. Ma gli venne l’uzzolo di capire la musica e la letteratura del tempo, per cui tirò fuori altri due tomi dalle relative storie che il padre consultava di tanto in tanto. E guarda di qua, controlla di là, spulcia l’enciclopedia, verifica se il nome è scritto giusto, ascolta un brano di musica, leggi una poesia, confronta una testimonianza, Carlo s’accorse che era quasi mezzogiorno e si stava divertendo. Non studiava per obbligo; spaziava dove lo portavano i collegamenti, i riferimenti, decidendo in piena libertà dove andare, quando fermarsi e quando andare avanti. Cercava di non pensare alla festa, a Valeria, agli amici. Ogni volta che trovava un nome, un vocabolo, un luogo sconosciuto (cosa che gli capitava una riga sì ed una riga no) lo scriveva su un quaderno diverso a seconda della materia e vi metteva a fianco la spiegazione o le note che gli venivano in mente.
Decise quindi che il divertimento poteva durare fino a sera. Passare dalla storia alla letteratura non fu dunque un problema e quando si cimentò con la matematica, si rese conto che studiare non era difficile: bastava mettersi tranquilli ed assimilare le cose con ordine, senza lasciare lacune. Ed essere costanti. Quello che non si capiva, lo si metteva in lista di attesa per il giorno dopo, in classe.
Quando aveva smesso di navigare in mezzo ai libri, aveva desiderato ardentemente che fosse lunedì mattina, per andare a scuola. Non gli era mai capitato nella sua vita, soprattutto di domenica sera.
Durante l’intervallo non ci volle molto perché Martino, con serafica crudeltà, gli raccontasse che la festa era stata un successo, che erano stati lì fin quasi alle due e che si erano divertiti un mondo. Valeria era diventata la reginetta della classe: tutte le compagne se la contendevano, i maschi progettavano di rifare una festa simile in tempi brevi. Carlo non rispose niente a Martino, che se ne stava davanti a lui a godersi la delusione del compagno e si concentrò sulla pioggia che continuava a cadere.
Il lunedì pomeriggio riprese con calma il suo nuovo rapporto con i libri. Tornò ai quadernoni di appunti ed ogni qualvolta la fretta o la stanchezza potevano indurlo ad essere superficiale o poco sistematico, si fermava. Andava in cucina a mangiucchiare qualcosa, oppure si faceva una doccia calda, e, quando la ricarica era pronta, riprendeva con calma e rigore. Ogni tanto si sorprendeva distratto al pensiero di Valeria; gli veniva un vuoto che pareva togliergli lo scheletro. Aspettava che passasse ma era dura.
Da quella domenica di pioggia, andare a scuola per Carlo fu come pedalare in discesa. I professori non credevano al cambiamento e lo interrogavano più degli altri ma lui li sorprendeva sempre e, a volte, li metteva in crisi con quesiti che li costringevano a dare le risposte nelle lezioni successive. La classe lo scoprì “secchione” ma bravo e lo lasciò in pace.
Ci pensò Valeria a mettere il turbo ai compagni, annunciando a tutti che la festa si sarebbe rifatta quindici giorni dopo. Il fratello di lei, che aveva un anno di più, voleva ripetere l’esperimento che l’aveva tanto divertito, mettendo assieme gli amici suoi e di Valeria.
Carlo era rimasto discretamente ai margini di tutto l’entusiasmo che lo circondava: la delusione bruciava ancora ma attendeva gli sviluppi.
“Sei invitato alla mia festa di compleanno. Ci conto, assieme a mia sorella.” Il bigliettino, in carta pergamena, aveva un buon profumo ed era firmato da Giovanni; sotto c’era un’aggiunta “Veramente!” e la firma era di Valeria. Carlo se lo trovò sulla sua scrivania e sentì la tempesta scatenarsi dentro di lui. Il primo impulso fu di precipitarsi a telefonare per ringraziare poi, quando il tumulto del cuore gli si fece meno agitato, sentì tutte le ammaccature che il precedente affronto gli aveva lasciato. Che fare? Poter ritornare quello di un tempo, stare con gli amici di sempre, stare con Valeria! Oh, se quella busta fosse arrivata in un altro momento!
Telefonò a Martino:
“Sei stato invitato anche questa volta?”
“Sì! Ma a voce. Valeria ha detto che non avrebbe fatto inviti scritti, stavolta”.
Carlo sentì una corrente calda attraversargli il corpo e, di colpo, ogni ombra dolorosa sparì dalla sua anima. Mise giù in fretta la cornetta e corse a studiare, fermandosi, ogni tanto, a canticchiare sottovoce.
Il compleanno di Giovanni fu un divertimento generale. Saranno stati in una quarantina e la grande casa pulsava di vita in ogni dove. Quando venne l’ora di cantare a turno col complessino del fratello di Valeria, Carlo cantò quasi per ultimo e non lo fecero più scendere dal palco. Gli fecero suonare anche la chitarra in un paio di canzoni.
Verso sera, Giovanni gli volle chiedere dove avesse imparato a suonare e vennero fuori gli spartiti acquistati dal padre, l’amore per la musica, i riferimenti…
“Ma tu, allora, conosci Respighi?”- constatò Giovanni, che lo portò fuori dalla bolgia per mostrargli la sua collezione di dischi. E da lì si passò ai libri, ai fumetti, al cinema. Conversavano serratamente, scoprendo, l’uno nell’altro, le stesse emozioni che pensavano incondivisibili. Valeria venne a vedere dove s’erano nascosti e rimase lì ad ascoltarli. Si aggiunsero Chiara, Elena, Andrea, Matteo e via, via, finché anche Martino, sempre cinico, completò il gruppo. Furono le ore che coronarono la festa, chiacchierando, discutendo, appassionandosi e ridendo di cuore. Carlo e Giovanni, quando si strinsero la mano per salutarsi sulla porta, si dissero:
“A domani!”
Valeria volle salutarlo da solo. Gli si accostò in fretta e gli sussurrò:
“Mi piaci!”
Poi, aggiunse ad alta voce.
“Ci vediamo lunedì, a scuola”.

