UNA SOSTA FORZATA
– Vede, laggiù, quella montagna?
Strinsi gli occhi ma, nella foschia, mi parevano tante le montagne.
– Non la vede?
– Quale dice, quella vicina al mare?
– Quella! È la montagna di Mosè.
Il vecchio, rinsecchito, con gli occhi fondi, le guance scavate, seduto accanto a me sotto la pergola scassata di un’improbabile taverna vicino ad Antiochia, continuò a guardare quel monte come se vi leggesse una storia senza fine.
Aveva un leggero cappelluccio, senza falde, ricamato ad uncinetto. Malgrado la povertà del suo abbigliamento e l’idea di sporcizia antica che ne poteva dare, quel piccolo copricapo era candido, pulito, immacolato.
– Quello è il Mussa Dagh! – disse e sospirò.
“Perché lo viene a dire a me? “ mi chiesi, visto che per lui ero un perfetto sconosciuto, arrivato in quel posto per caso ed in attesa di essere ripescato dalla agenzia di viaggio con un nuovo pullman.
Accese un mozzicone di qualcosa che aveva una vaga somiglianza con un sigaro. Ne aspirò due sofferte boccate e soffiò il fumo in direzione del monte, come se facesse parte di un rito religioso.
– Siamo stati lassù, in tremila!
Tolse la cenere col dito mignolo; non diede segno di nessuna sofferenza quando il dito venne a contatto con la brace. Aveva la mente da un’altra parte.
– Giovani, adulti, donne, bambini e tanti vecchi! Abbiamo resistito per quaranta giorni all’assedio dei turchi. Ma lo sa la cosa che ci mancava di più?
Il vecchio parlava un francese elementare, lento, chiaro, come se recitasse una poesia.
– No!
– Non era la nostra terra, il nostro villaggio. Non ci feriva l’incomprensione degli eredi dell’impero ottomano in decadenza, né l’indifferenza per il nostro destino da parte delle nazioni del resto del mondo. Noi eravamo armeni, ed eravamo un popolo orgoglioso, gli unici cristiani in mezzo ad un mondo mussulmano che ci odiava e che aveva deciso di annientarci. Tutto questo non fiaccò la nostra resistenza, no!
Ero ben curioso di sapere dove volesse arrivare questo povero vecchio disperso nelle terre arse della Cilicia.
– Quello che ci mancava era il pane, il nostro pane! Avevamo bestiame, pecore, latte, formaggi ma non aver pane di rendeva stranieri a noi stessi. Mi creda, vivevamo nella continua paura che ogni giorno che il sole ci regalava fosse l’ultimo eppure, alla fine, decidemmo di seminare il frumento lassù, sulla cima del Mussa Dagh.
Si mise a ridere.
– Oh, lei non può immaginare la festa, la gioia quel giorno in cui il primo pane uscì dal forno. Ah, indimenticabile! Ballavamo, gridavamo, ci pareva che quello fosse il segno definitivo della nostra salvezza.
Rideva e si batteva la mano ossuta sulle ginocchia: intuivo il suo sguardo perso nelle memorie; vedevo le danze e i baci dei giovani, la speranza che rinasceva in una situazione assurda con un esercito ai piedi del monte, pronto per la mattanza.
Smise di ridere e tacque per un po’. Poi aggiunse:
– Ci salvammo ma fummo dei fortunati. Il resto della mia gente non esiste più e siamo sparsi per il mondo, senza patria.
Si sfregò con energia il volto con le mani.
– Il gusto di quel pane non l’ho mai più trovato nella mia vita.
Rientrai nel locale. Il padrone mi fece cenno di non dar retta a quel vecchio relitto.
– Parla di rado – mi disse. – D’altronde, erano in due milioni, gli armeni nel trentacinque. Ne hanno ammazzato un milione e mezzo. Lui ha perso tutta la sua famiglia. Ogni tanto gli do qualcosa da mangiare. E lo sa il fatto strano: mangia di tutto ma non il pane.

Una sosta forzata
Tolse la cenere col dito mignolo; non diede segno di nessuna sofferenza quando il dito venne a contatto con la brace. Aveva la mente da un’altra parte.
– Giovani, adulti, donne, bambini e tanti vecchi! Abbiamo resistito per quaranta giorni all’assedio dei turchi. Ma lo sa la cosa che ci mancava di più?
